Dizionario Geografico Angius/Casalis

Per gentile concessione di

ASSÈMINI o ARSÈMINI

villaggio della Sardegna, nella provincia, distretto, antica curatorìa, e giudicato di Cagliari. Comprendesi nella tappa (uffizio d’insinuazione) della capitale.

È distante da Uta mezz’ora, a cavallo; dal Maso 3/4; da Villa-speciosa un’ora e 1/4; da Decimo-manno mezz’ora; da Cagliari ore due.

La strada per al Maso è pessima, massimamente in istagione piovosa, passando nella regione pantanosa di Bau-sisterri (il Luco-cisterna di Zurita). La sua situazione è in fine della vasta pianura del campidano Cagliari ad un miglio dallo stagno maggiore, in egual distanza dal fiume di Bau-arèna, ed a sette dalla capitale che resta a scirocco.

Il clima è cocente d’estate, freddumido d’inverno, ed umidissimo sempre che soffiano i venti dalla parte dello stagno. A rendere quest’aria grave e perniciosa ai nati sotto miglior cielo contribuiscono ancora alcuni pantani che sono presso all’abitato da ponente ad ostro, che insieme torranno all’agricoltura da circa 12 starelli di terreno (ari 418,36). Frequenti vi sono le nebbie ed assai crasse, e talvolta così basse, che paja vedere una inondazione per escrescenza del fiume vicino. Tuttavia la ventilazione ordinaria dalla parte del maestro minora il nocumento, e se n’ha sicura prova nel vedere questi paesani dimostrare non poca attività nelle facoltà intellettuali, e perspicacia maggiore, che altri che vivono nella stessa pianura; ed ancora nell’osservare come ad una bella fisonomia e taglia rimarchevole, specialmente nelle donne, vada unita una non ordinaria robustezza. E sarebbero i medesimi soggetti a più poche malattie, se meglio provvedessero a sè contro alle variazioni della temperatura, che salta repentinamente in meno o in più non pochi gradi, e se non volessero dimettere l’uso del collettu, veste antichissima di pelli conciate, e in questo clima necessarissima alla conservazione della salute, che con gravissimo danno è stata in non pochi luoghi abbandonata.

L’abitato avrà circa due terzi di miglio in circonferenza, e 480 case. Sono costrutte a mattoni crudi, generalmente senz’altro piano sopra il terreno, hanno un cortile, e taluna anche un orticello contiguo. 223 Assèmini Niuno però si ha data mai la cura di piantar degli alberi o fruttiferi, o di sola ombra; disattenzione che con istupore vedesi in tutti quasi i paesi della pianura, i cui abitatori, ove non movesse il benefizio pregevolissimo della scemata insalubrità dell’aria, dovrebbe persuadere il visibile vantaggio della provvista della legna pel focolare, delle travi e travicelli di cui si potrebbero giovare per li tetti, e per gli usi dell’agricoltura.

Le strade sono bastevolmente larghe, sebbene poco regolari, se eccettuisi la principale, che denominasi di Cagliari, per ciò che in quella passano quanti da Decimo-manno si dirigono alla capitale.

La maggior parte di questi paesani esercitano l’agricoltura e la pastorizia; altri attendono alla pesca nel fiume e nel vicino stagno; altri alla caccia; ed una più piccola parte fanno da vasellai. Questi fabbricano con qualche arte delle stoviglie grossolane, brocche, scodelle, fiaschi, tegami, casseruole, ed altri vasi. Ne provvedono i villaggi vicini; ma la maggior vendita si fa in Cagliari nella vigilia della festività della Vergine del Carmine, dove concorrono coi decimesi, che in gran numero sono applicati a questi lavori. Se avessero metodi migliori potrebbero scemar di molto in loro profitto il quantitativo, che ogni anno si sborsa per terraglie straniere. La tessitura è l’occupazione delle donne, e si lavora in più di 400 telai. Malgrado siano questi molto semplici e rozzi, veggonsi bene spesso dei tessuti, che meritano lode. Molte di queste, come sogliono quelle dei paesi più vicini alla capitale, con molta frequenza vi si portano a vendervi uova, pollame, formaggio fresco, ed altri oggetti.

È stabilita in questo villaggio la curia per gli affari di giustizia dipendentemente dalla prefettura di Ca224 Assèmini gliari, e dal magistrato della reale udienza. La sua giurisdizione estendesi ancora sopra i popolani di Uta. Havvi un consiglio di comunità, una giunta locale sul monte di soccorso, ed una scuola normale frequentata da 15 a 20 fanciulli, sicchè la maggior parte di costoro resta senza istruzione.

La chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione di s. Pietro apostolo. È ben capace, ed ha sette altari, ma nulla di rimarchevole. Sulla muraglia a sinistra vedesi il busto del cardinal Pippìa, nativo del villaggio di Sèneghe, e ciò per ragione, che tra le altre prebende, che gli furono conferite dal re Vittorio Amedeo II quando lo elesse a cardinal protettore, furono annoverate pure le decime di questo villaggio. Parla di lui una iscrizione posta sulla porta della chiesa.

Il parroco ha titolo di vicario, ed è assistito nella cura delle anime da altri due preti. È soggetto alla giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari, ed ha per assegnamento una piccola frazione delle decime che vennero aggiunte alla dotazione della regia università di Cagliari. In totale queste supereranno i 2000 scudi sardi (lire nuove 9600), perchè non raccogliesi ordinariamente meno di starelli di grano 1000 (litr. 49,200), al che si deve aggiungere la decima del vino, porzione assai vistosa, e quella dei frutti minori, orzo, fave, ceci, piselli, ecc., lane, agnelli, capretti, vitelli, ecc.

Le chiese figliali sono s. Giovanni, s. Cristoforo, s. Francesco di Paola. Quella di san Giovanni era già dei benedettini, come apparisce dai bollari di quell’ordine. A questa pare appartenesse il marmo che serve ora di primo gradino all’ingresso laterale della parrocchiale, in cui leggesi scolpita a caratteri greci una dedicazione alla Trinità, a s. Barbara, a san Giovanni, ecc.  Alla chiesa di san Francesco di Paola era annesso un convento di religiosi dell’ordine di questo fondatore, abbandonato già da circa 80 anni, ed ora in gran parte distrutto.

Debbonsi inoltre annoverare due chiese rurali, una di s. Andrea, dove festeggiasi addì 21 settembre per ordinario con corsa di cavalli; l’altra di s. Lucia, la cui memoria si solennizza due volte all’anno, cioè nella domenica in Albis con gran frequenza dai vicini villaggi e da Cagliari, e pure con corsa di cavalli, ed altri pubblici divertimenti; e poi nel giorno proprio addì 13 dicembre. A queste solennità si aggiungano le feste popolari in onore dei titolari s. Pietro e s. Giovanni, alle quali suole accorrere gran gente dai paesi d’intorno, altri per causa di devozione, altri per godere dello spettacolo della corsa.

Il solito divertimento di questi paesani è il ballo all’armonia deis launeddas. Nel dopo pranzo dei giorni festivi raccogliesi tutta la gioventù in una piazza, ed ivi ballasi con molto tripudio.

Nella maniera di vestire distinguonsi in qualche parte dagli altri campidanesi. Gli anziani e le persone distinte usano il collettu, gli altri la mastrùca (besta-epedde), od un giubbone di albagio, calzoni cortissimi e campanulati, cartucciera, od un cinto di cuojo, calzoni bianchi larghi sotto il ginocchio, calzette di albagio, cappotto-fioretto per lo più sopra il ginocchio, con orlo e rivolte di velluto, altri il gabbano, e per la testa berretti neri lunghi.

Vestono le donne gonnelle di indiana, e le attempate di sajale straniero o nostrale, grembiule lungo, imbusto di stoffa ed un corsetto; in testa gran fazzoletto aperto con due capi intrecciati alla larga sotto il mento.

Il carattere morale è lodevole. Sono pacifici, laboriosi, sobri, insiememente pieni di vigore, armigeri, amanti della caccia: governano bene il cavallo, e sul medesimo sogliono anche far la caccia.

Le donne appajono modeste. Sono poche che mangino a tavola coi mariti, se non in occasione di qualche convito. Siedono ordinariamente ad altra mensa con le figlie e con le serve: il quale costume troverassi ragionevole da chi conosca la condizione delle cose.

Le famiglie ascendono a circa 495, l’intera popolazione a 2025. Nascono all’anno circa 80, muojono 30, e si celebrano 18 matrimoni. Da questo numero sono trascritti 51 individui tra fanti e cavalli al battaglione di Cagliari dei corpi miliziani barracellari.

Le malattie ordinarie sono le febbri intermittenti e perniciose, e le pleuritidi. Pagano pel medico distrettuale, e non ne hanno giovamento. Non si è ancora formato il campo-santo, ed i cadaveri vengono sepolti nelle chiese figliali, dove a chi ha buon naso troppo riescono moleste le esalazioni delle mal suggellate tombe. Alcuni sono inumati nel cimitero annesso alla parrocchiale.

L’estensione superficiaria del territorio di questo villaggio è di circa 20 miglia qu. Procede secondo la curva dello stagno dalla parte del libeccio; da quella del scirocco stringe tra sè e lo stagno il territorio del Maso. Il fiume di Bau-arèna lo divide in due parti, di levante, e di ponente. L’agricoltura si esercita principalmente in quella regione.

Il monte di soccorso era costituito dal fondo granatico di starelli 1510 (litr. 74,292), dal nummario di lire sarde 2258.13.0. (lire nuove 4336.43). Ora il primo è ridotto a star. 1000; il secondo a lire sarde 203.13.9. Non si seminerà meno di starelli 1800, ed in poco minor quantità la somma delle fave, orzo, civaje. La fruttificazione, quando corran propizie le stagioni, principalmente la primavera, può nel generale calcolarsi al 15 per uno. Si semina lino in molto terreno, però dà più stoppia, che capecchio. I ceci sono di ottima qualità, straordinariamente grossi, e assai riputati.

La principal cultura è intorno alle viti. Il vigneto non occuperà meno di starelli di terreno 1100 (ari 73,846). Poche sono le varietà delle uve; rendono però assai, ed era questa la principal risorsa di questi paesani, quando i prezzi non erano così avviliti. Se ne vende a Cagliari e ad altri paesi. Maggiore certamente sarebbe di 60,000 quartieri (litr. 300,000) la somma, se non si vendesse gran quantità d’uve. È molto celebrato il moscatello per la sua leggerezza e soavità. Il metodo della vinificazione non è molto peccante, ma vorrebbe essere ancora perfezionato.

Le piante fruttifere sparse nei poderi sono di poche specie. Coltivansi specialmente i fichi, i susini, i peri, ed i mandorli, ma il numero n’è ben piccolo. Non si usano altre piante all’assiepamento, che i fichi d’India. Le erbe e piante ortensi riduconsi a cavoli, lattughe, appio, cardo, ravanelli, e poponi, delle quali non si ha pure quanto basti al bisogno delle famiglie. La sola cultura dei pomidoro è molto estesa; se ne fa grande smercio nella capitale. Sarebbe a desiderare che la coltivazione delle patate si estendesse di più, e si attendesse alla piantagione dei gelsi, e di tutti quegli alberi fruttiferi, cui conviene il suolo e il cielo.

Il territorio di ponente è in massima parte destinato al pascolo del bestiame rude, ed alla caccia. Serve pure a pascolo il delta del fiume, isoletta di figura quasi ovale detta Isca-de-bois, che avrà una superficie di 110 starelli (ari 4384,60). Il suolo non sorge più di metri 0.75 sull’ordinario livello dello stagno. Vi è gran copia di pascolo, però spesso gli animali vi periscono, e quando avvenga qualche improvvisa inondazione, e nell’estate precipitando spesso nella corrente mentre si dissetano in isponde mal ferme. È proprietà del marchese di Villa-hermosa, cui va l’appalto, che è di reali 15 (lire nuove 7) per ogni giogo. Si passa a questa isoletta dalla parte di Assèmini per barca, dall’altra per un ponte di legno.

Il passaggio ancora alle terre di ponente si fa per la barca dessu passu, la qual comodità comprano quelli che hanno al di là i poderi con un quartuccio di grano (litr. 12.30) all’anno per ciascuno.

Queste terre sono in parte pianura, in parte montagna. Nel piano frondeggiano con molto lusso il lentisco, il cistio, i corbezzoli: nel monte gli alberi ghiandiferi. Si fa il taglio del bosco, e si spedisce in Cagliari, o per lo stagno, o dalla parte della Maddalena per il mare.

Il ghiandifero, compresa l’altra egual parte di pertinenza del villaggio di Uta, avrà circa 16 miglia quadrate di superficie. Confina coi territori di Capo-terra, Silìqua, e Villa-massargia. Dominano le quercie ed i lecci, e dai frutti si potrebbero ingrassare non meno di 20,000 capi porcini. I ghiandari (frazioni del ghiandifero) si distribuiscono dall’agente baronale, come meglio a lui piaccia.

Sebbene e nel piano e nel monte estesissimo e molto abbondante sia il pascolo, non ostante gli asseminesi poco se ne giovano. Le vacche sono da 20 segni (numero di capi con lo stesso marchio), ed in totale capi 600. I gioghi per i lavori dell’agricoltura 200. Le cavalle, sebbene governate dai pastori del paese, non entrano nel calcolo, perchè appartengono a padroni di altri contadi. I cavalli saranno circa 80. Le capre segni 15, di 90 capi per cadauno. Le pecore segni 60, eppure non superano li 1500. Talvolta in un branco vi si trovano 8 e anche 10 segni diversi. I porci segni 4, in totale capi 500. I giumenti per la macinazione, e per trasporto di legne, e d’altro al paese, circa 350. Nell’abitato, oltre i buoi per l’agricoltura, i cavalli da trasporto o viaggio, ed i giumenti, nutronsi alcune centinaja di majali, ed un certo numero di polli, galline, gallinacci, colombi, oche, ecc. I pastori, ad eccezione dei caprari, non hanno capanne fisse.

Il formaggio è di buona qualità: fassene del bianco, e dell’affumato. Ordinariamente vendesi appena fatto, e in gran parte alla capitale. Ad onta del poco numeroso bestiame ricavasi assai dal formaggio, perchè questi pastori non vivono, come altrove, dei soli latticini.

Il bestiame vendesi spesso al macello di Cagliari, e più spesso a quello del paese. È questo aperto e nelle domeniche e in qualche altro giorno, e sono necessari per lo meno tre buoi, ed otto porci; comodità, che desidera la maggior parte dei villaggi anche in quei giorni più solenni, nei quali amano pure i poveri di gustare un po’ di carne, e la cui privazione è troppo sensibile in occasione di malattia.

Si è detto, che alcuni asseminesi erano dedicati alla caccia, e devesi soggiungere, che i medesimi vivono per l’ordinario nel bosco, dove abbondano i cinghiali, i cervi, ed alcuni daini, e sono numerosissime le lepri, volpi, e conigli. Vario e copioso è pure l’uccellame, nominatamente grive, colombacci, pernici. Le beccaccie sono in piccol numero. Nello stagno e nel fiume abbondano le anitre, le folaghe, e molte specie acquatiche. Gran parte della caccia vendesi nel mercato di Cagliari.

Sono in gran numero le acque che sorgono dalla montagna, dalle quali formansi vari ruscelli. In tempo piovoso è cosa di molto pericolo passare il torrente detto di s. Lucia, che pure devesi traversare per ben cinquantaquattro volte da chi vada nel monte. Il suo letto è solcato sopra una degradazione di strati, onde possono facilmente cadere in fallo i piedi dell’uomo, e del cavallo. Queste acque si versano entro il fiume di Capo-terra.

La pianura è aridissima, e si scarseggierebbe d’acqua anche nel paese, senza il fonte di Canàlis all’estremità dell’abitato verso ponente nella strada a Decimo. Indi provvedesi tutta la popolazione, e ne beve volentieri, fuorchè di estate, quando suol peccare di un po’ di salsedine per una vena che vi si produce dallo stagno.

È coperto da un piccolo edifizio a volta, ed alle quattro pareti sono aperti quattro fenestrini, onde si attinga. Facilmente potrebbesi tagliare quella comunicazione che lo vizia, ed allora non ne risentirebbero alcun danno gli stomachi delicati.

Nelle case hannovi dei pozzi, ma l’acqua è da per tutto salmastra, e non si adopera che per lo bucato, e simili usi di famiglia.

Dividesi questo territorio, come è stato detto, dal maggior fiume della pianura meridionale, detto Bauarèna o Bavarèna, e con altro nome antico per certo, ma non classico, il Caralìta. Esso va nello stagno in direzione parallela al meridiano, inflettendosi poscia alquanto verso scirocco. Spesso dopo grossi temporali straripa, e la inondazione distendesi quinci sino all’estremità dell’abitato di Assèmini, quindi sin presso alle case di Uta, con gravissimo danno dei seminati di questi due villaggi, e di quelli ancora di Decimo-manno e di Villa-speciosa, danno, che qualche volta fu calcolato a scudi sardi 5000 (lire nuove 24,000).

Formasi questo rio da tre principali rami, il primo dei quali è il così detto Riu-mannu, che sorge nel pianoro dell’Arcidàno. Ingrossato dalle acque di Isili e di Serri, corre verso Gèsturi, ed entrato nella pianura va serpeggiando tortuoso tra Las-plassas a destra, e Villanova-franca a sinistra; indi piegatosi alquanto verso ponente, dopo lasciato a destra Mara-Arbarèi, di nuovo s’inflette verso mezzogiorno, trapassa il ponte di Furtèi in una vallata amenissima tra questo paese a sinistra, e le terre di Sanluri a destra. Continuando quindi nella pianura il suo corso, riceve presso Serramanna il rio Lèni, che gli viene dai monti di Villa- Cidro, e lasciata poi alla sinistra Villa-Sor, ed alla destra Villa-speciosa e Decimo-Puzzo, inclinatosi un poco verso libeccio, passa sotto il ponte detto di Uta, e dopo uno scarso miglio si unisce col secondo suo ramo, di cui si parlerà nell’articolo Decimo-manno. Procedendo congiungesi col rio Ciserro, di cui si parlerà nell’articolo Uta, entra indi subito nello stagno, e attraversandolo va a perdersi nel mare sotto il ponte della Scaffa ad un miglio dalla capitale.

In questo fiume prendono gli asseminesi anguille, lisse, e saporitissime saboghe. Vedi Sardegna, articolo Pesci.

La pesca è una delle risorse del paese. Vi si occupano da 50 e più individui con una ventina di barche piatte. Passano nello stagno con tolleranza dei pescatori cagliaritani, e ne levano gran copia di pesci. Usano gli asseminesi un ordegno, su-inginnu, sconosciuto nelle altre parti dell’isola. Agli estremi di due bastoni incrociati stanno attaccati i capi di una rete quadrata un po’ concava: cotal croce pende dall’estremità d’un travicello, che oscilla in alto e in basso sopra un perno. Si deprime nelle acque la rete, i pesci vi si fermano per l’esca; l’attento pescatore coglie il buon punto, e abbassando con molta forza l’altro estremo della leva li trae nell’aria.

Sarebbe desiderabile che questo popolo comprendesse meglio i vantaggi della sua posizione, e migliore senza dubbio sarebbe la sua condizione. Principalmente converrebbe che procurassero in tutti i modi di render meno insalubre l’aria con una numerosa piantagione di alberi, e con asciugare quei pochi pantani che soffrono vicini.

Assèmini, uno dei tre mandamenti in cui è divisa la baronia di s. Michele nella Sardegna. Comprende il villaggio di questo nome ed Uta. Per li dritti feudali vedi Campidano di Cagliari, § Baronia di s. Michele.

Data di ultima modifica: 16/03/2017


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